Il 10 settembre del 2003 viene istituita per la prima volta la giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, promossa dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS) assieme alla federazione mondiale per la salute mentale e all’associazione internazionale per la prevenzione al suicidio, con l’obiettivo di promuovere una maggiore conoscenza delle strategie di prevenzione, volte a ridurre i fattori di rischio e a implementare i fattori di protezione che permettano di evitare il dilagare di comportamenti suicidari tra la popolazione.

Il suicidio è il gesto autolesionistico più estremo: l’etimo deriva dal latino caedere, l’atto con il quale una persona si procura deliberatamente la morte. Più specificatamente, il termine suicidio indica una serie di comportamenti autolesivi che si distribuiscono lungo un continuum a seconda del livello di intenzionalità della ricerca di morte. Dunque, non è solo il suicidio come atto finale a rientrare all’interno di tale categoria, bensì anche il mancato suicidio, la cui morte è stata sventata solo grazie all’intervento di fattori protettivi estranei al soggetto, il tentato suicidio, in cui l’intenzione suicidaria è sfumata e ambivalente, ed infine il parasuicidio, in cui l’autolesione non è legata ad un certo ed evidente intento suicidario.

Svariati studi internazionali evidenziano come il suicidio sia una delle principali cause di morte nel mondo: la stessa OMS stima che ogni anno, nel mondo, il suicidio sia la principale causa di morte per almeno un milione di persone; questi numeri rappresentano un tasso di mortalità di 14,5 su 100.000 abitanti. In sintesi ogni minuto, nel mondo, più di due persone muoiono per suicidio, soprattutto nei paesi a reddito medio-basso. Inoltre, un ulteriore dato particolarmente allarmante è costituito dalla preoccupante diffusione del comportamento suicidario tra gli adolescenti, fascia d’età per cui rappresenta la seconda causa di morte.

L’OMS associa al suicidio fattori di rischio sia individuali che ambientali, come ad esempio: tentativi di suicidio precedenti, presenza di malattie mentali, alcolismo, difficoltà finanziarie o disoccupazione, disperazione, dolori cronici, precedenti suicidi in famiglia, fattori genetici e biologici, conflitti relazionali, cessazione di un rapporto di coppia, sentimenti di solitudine e assenza di sostegno sociale, esperienze traumatiche o maltrattamenti, discriminazione, esperienze migratorie stressanti, catastrofi naturali e guerre, stigmatizzazione di una richiesta di aiuto, insensibilità della copertura mediatica, accesso a mezzi e metodi letali, difficoltà d’accesso all’assistenza sanitaria.

Di fondamentale importante è tuttavia il ruolo dei fattori di protezione: un individuo infatti può presentare uno o più fattori di rischio suicidario e non essere affatto esposto a questo pericolo; fattori come, ad esempio, la fiducia in sé stessi, le competenze sociali, le relazioni costruttive, una rete positiva di sostegno e supporto sociale, le prospettive e obiettivi personali e professionali, il credo religioso sono esempi di protezione individuale.

Recentemente il tema del suicidio è stato spesso protagonista di spiacevoli eventi di cronaca legati alla crisi pandemica ed economica, nonché all’incertezza per il futuro e all’incremento di problematiche sociali. In particolar modo in questi ultimi mesi, è stato evidente come la pandemia da Covid-19 sia associata a vissuti di ansia, paura del contagio, depressione e insonnia, tanto nella popolazione generale quanto nelle professioni coinvolte nella gestione dell’emergenza. Questi sintomi, assieme ad altri elementi contestuali, costituiscono dei fattori di rischio per una possibile condotta suicidaria.

Tra le diverse categorie ad alto rischio suicidario, attraverso il presente contributo abbiamo deciso di soffermarci su una forza di Polizia solitamente poco considerata, non solo in funzione dei frequenti rischi stress-lavoro correlati in relazione ad un contesto particolarmente complesso, ma anche e soprattutto rispetto all’altissima potenzialità di rischio suicidario, anche in ragione del possesso dell’arma d’ordinanza: ci riferiamo, in particolare, alla Polizia Penitenziaria.

Addetti ad assicurare l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, a garantire ordine e sicurezza all’interno degli istituti di custodia e di pena, ad espletare i servizi di traduzione e piantonamento dei detenuti/internati ricoverati in luoghi esterni di cura e, a svolgere funzione di ordine pubblica e pubblico soccorso e infine a partecipare alle attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti/internati, gli agenti di polizia penitenziaria svolgono indubbiamente un lavoro ad alto rischio, caratterizzato da una pluralità di eventi critici di servizio a cui si sommano compiti stressanti e un ambiente particolarmente complesso, soprattutto in relazione all’utenza. Un esempio concreto e tristemente significativo di quanto appena descritto lo si ritrova, ad esempio, nei fatti occorsi nei primi mesi del 2020 a Santa Maria Capua Vetere, e che hanno reso ancor più necessario analizzare le criticità del lavoro dell’Agente di Polizia Penitenziaria.

Più dettagliatamente, la polizia penitenziaria infatti vive un intrinseco conflitto generato da una forte ambiguità del mandato istituzionale, che include contemporaneamente custodia e riabilitazione, generando da un lato scarsa chiarezza degli obiettivi sul piano organizzativo e dall’altro una sorta di conflitto tra la dimensione normativa e quella affettiva. Inoltre, il lavoro e la ‘convivenza’ con persone ristrette può essere molto stressante e faticoso, e richiede un grande dispendio di energie sul piano emotivo, cognitivo e fisico: in questo senso l’Agente di Polizia Penitenziaria si trova di fronte a carichi emozionali e relazionali inaspettati, e questo crea conseguentemente disagio con il rischio di innescare reazioni emotive forti e di difficile gestione, comportando alcune conseguenze negative anche nel contesto socio-organizzativo tra cui difficoltà nei rapporti sociali, pesantezza emotiva delle situazioni che si incontrano in carcere, scarso sostegno e mancanza di supporto tra pari, ed infine un forte carico relazionale.

Capiamo quindi che le diverse mansioni svolte dai poliziotti penitenziari comportano un continuo stress psicofisico e che mette a dura prova il singolo individuo, in quanto i costi richiesti per far fronte agli obiettivi divengono non più sostenibili ingenerando conseguenze dannose che hanno talvolta esiti tragici. In particolare, dal 2011 al 2022 si sono registrate 78 morti tra gli agenti, portandoci a concludere che il tasso di suicidi risulta circa 3 volte superiore rispetto al tasso registrato nella popolazione italiana. Analizzando poi la sola popolazione di lavoratori, il confronto tra Polizia Penitenziaria e il resto dei lavoratori risulta ancora più impressionante: secondo alcuni studi, i suicidi sul luogo di lavoro avvengono con una frequenza di 1,5 per milione di lavoratori all’anno, mentre nella Polizia Penitenziaria il rapporto è di 179,18 suicidi per milione di lavoratori. Dati allarmanti che, come sottolineato anche dai diversi sindacati di polizia penitenziaria, apparirebbero in ulteriore crescita.

Nonostante le criticità sopra riportate è possibile intervenire innanzitutto affinchè il luogo di lavoro venga percepito come un ambiente confortevole e sicuro e, così come viene suggerito anche dagli Agenti stessi, garantire una formazione del personale adeguata e un maggior sostegno e supporto relativamente agli eventi critici di servizio, allo scopo di raggiungere una maggior valorizzazione di tutto il personale di Polizia Penitenziaria.

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