Il malessere emotivo si affronta nei modi più disparati: c’è chi si isola, chi se la prende con gli altri, chi si toglie la vita e chi cerca di espiare la sua penitenza facendosi del male, cercando di dare fine ad un’angoscia troppo intensa e insostenibile. Nell’autolesionismo le ferite inflitte al corpo sono un mezzo estremo con cui lottare contro il dolore psicologico. Si tratta infatti, di soggetti che spostano sul corpo il loro tormento, mettendo in atto una modalità autodistruttiva.

L’autolesionismo è una problematica che colpisce il 5% della popolazione, e coinvolge soprattutto le ragazze, fin dall’adolescenza.

Può iniziare con un graffio accidentale che genera un immediato sollievo. Ed ecco che il gesto casuale comincia a diventare un rituale. Chiusi  in un luogo isolato si attraversa la pelle con un oggetto tagliente, si vede apparire un filo rosso di sangue e si avverte subito uno stato di benessere, è il caso del cutting. Esistono altre forme di autolesionismo, come il burning in cui si arriva a bruciarsi con le sigarette, non lasciare che le ferite si cicatrizzino, bucarsi la pelle, darsi colpi in testa o rompersi le ossa, oppure ci si può  marchiare a fuoco la pelle con un ferro rovente (branding).

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.” Tratto dal libro “Un urlo rosso sangue” di Marilee Strong”

Dott.ssa Lia Di  Gilio,

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