Ho pensato a lungo prima di scrivere questo articolo, il fenomeno Blue Whale è un caso che seguo e di cui mi sto documentando da quasi un anno, e dal momento che appena uscita la notizia non c’era stata una diffusione mediatica, ho evitato caldamente, passatemi il termine, di pubblicizzarla proprio per evitare l’ondata di psicosi che si è creata negli ultimi giorni. Ma la scorsa settimana è uscito un servizio delle Iene, noto programma televisivo, sulla storia della Blu Whale (balena blu), il nome deriva da una delle prove che prevede l’incisione sul braccio di una grande balena; e da lì come era prevedibile è scoppiato il panico generale.
Molti amici e conoscenti, hanno indirizzato alla mia attenzione questa storia, preoccupati e/o scettici, chiedendomi qualche rassicurazione o spiegazione. A questo punto, in veste di professionista mi sento in dovere di dire qualcosa a riguardo.
Partiamo con lo spiegare di che cosa tratti la Blue Whale:
“Il giocatore è una persona che decide di porre fine alla propria vita, e lo segnala postando su un social network l’hastag #f57. Un “curatore” gli assegna una serie di compiti, uno al giorno, per un periodo di cinquanta giorni. Le “missioni” comprendono atti autolesionisti come tagliarsi i polsi (ma non in profondità) o incidersi il disegno di una balena su un braccio. Ovviamente tutto deve essere tenuto segreto né ci si può più tirare indietro, pena minacce e intimidazioni. L’ultimo giorno, il curatore chiede al giocatore l’atto estremo: uccidersi buttandosi da un palazzo o sotto a un treno.”
Ma cosa sappiamo per certo di questo fenomeno? Prima del servizio delle Iene, si deve al giornale russo Novaya Gazeta, la diffusione a livello globale della notizia.
“Abbiamo contato 130 suicidi di ragazzi accaduti in Russia tra novembre 2015 e aprile 2016. Quasi tutti facevano parte degli stessi gruppi su internet.” (Articolo di Novaya Gazeta, maggio 2016)
Il giornale dichiara che 18 dei 130 ragazzi morti suicida, sarebbero ricollegabili al gioco Blue Whale, la cui base di partenza per la sua diffusione sarebbe un social network russo VKontakte, il corrispettivo del nostro Facebook. Nonostante la mancanza di riscontri oggettivi l’articolo ha un successo immediato e la gente attratta dalla notizia, che a buon senso dovrebbe innorridire e provocare la volontà di mantenere le distanze, invade i social media russi postando l’hashtag #f57, foto di balene, per cercare di entrare nel gioco.
Un giornalista di Radio Free Europe tenta a sua volta di entrare nel gioco per documentarlo, ma dopo un primo contatto, da un presunto ideatore del gioco, questi si dilegua nel nulla e da lì, non ha più avuto notizie.
Questo episodio ci invita a riflettere, perchè troviamo da un lato la divulgazione di una notizia che pur senza evidenze concrete si diffonde e crea un immediato fenomeno di emulazione; il quale non è nuovo nella storia e porta il nome di “effetto Werther”, ovvero l’ondata di suicidi seguita alla pubblicazione del romanzo di Goethe. Infatti,i codici deontologici suggeriscono da sempre ai giornalisti di limitare il più possibile dettagli in casi del genere, e di non presentare le morti sotto una luce romantica o gloriosa.
Il protagonista del romanzo di Goethe, si suicida perché innamorato di una ragazza che sposerà poi un’altra persona. Negli anni seguenti alla pubblicazione si verificarono molti casi di suicidio, soprattutto tutto nei giovani che lo avevano letto. E agli inizi dell’800 vediamo un fenomeno analogo anche in Italia, dopo la pubblicazione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, romanzo di Ugo Foscolo.
C’è qualcosa che vi suona familiare?
Dall’altra parte, troviamo episodi simili nella storia della Russia, che vede negli anni ’80, in seguito alla divulgazione del gioco Dungeons&Dragons, diversi casi di adolescenti che si erano tolti la vita per emulare le sessioni del celebre gioco di ruolo. Il quale ha ricevuto accuse di istigazione al suicidio. Accade poi lo stesso negli anni ’90 in cui i seguaci del Black Metal, venivano considerati la prova di un’improbabile setta satanica che istigava i ragazzi a togliersi la vita.
Il corriere della sera mette in luce un altro episodio: nel 2016 è uscito un film, «Nerve», che per certi versi riprendeva le tematiche di Blue Whale.
Si è quindi, innescato un meccanismo per cui è difficile capire se un caso isolato sia diventato leggenda metropolitana, o se la leggenda sia stata imitata dalla realtà o se vi sia di mezzo anche una storia di marketing virale.
Passiamo ora a Philiph Budeikin, diventato nell’opinione comune l’ideatore e promotore del gioco mortale. Ma chi è Philip? È un giovane di 21 anni, arrestato per istigazione al suicidio, e l’alto funzionario della Commissione investigativa russa, Anton Breido, che ha coordinato l’inchiesta sul caso, afferma che ci sarebbero le prove di un teenager arrivato fino alle “fasi finali” del gioco, ma poi tiratosi indietro.
Breido dichiara “Ha iniziato nel 2013 e da allora ha affinato sempre di più le tecniche. Lui e i suoi ‘aiutanti’ attiravano i ragazzi su VKontakte. Il suo scopo era quello di attirare un gran numero di bambini e adolescenti per poi selezionare quelli più manipolabili”. Budeikin infatti racconta ai media russi di aver creato la pagina f57, ma che non aveva nessun piano e che si stava semplicemente divertendo. E che le persone da lui istigate (secondo una sua intervista, sarebbero 17) non erano altro che “rifiuti della società”. (News Italiane.it)
Non è ancora chiaro se in effetti, sia stato lui l’inventore o se abbia utilizzato una narrativa già esistente per poter manipolare persone più deboli e in cerca di aiuto, nè è certo se abbia raggiunto il suo obiettivo.
Alcuni giorni fa a San Pietroburgo, si è svolta un’udienza in cui il giovane si è dichiarato colpevole rispetto alle accuse di istigazione al suicidio; ma come già scritto la vittima sarebbe una sola, e per fortuna non è mai arrivata al gesto estremo.
Ad oggi non è possibile definire quindi quale sia la verità; ma intanto, alla prigione di Kresty continuano ad arrivare centinaia di lettere di giovanissime ragazze innamorate di Budeikin.
Concludo citando una frase del corriere della sera del 17 maggio, come spunto di riflessione rispetto a questa vicenda: “non si diventa pescatori leggendo un forum di pesca, si legge un forum di pesca perché lo si apprezza come sport o passatempo.”
Dott.ssa Lia Di Gilio,
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Lascio il link del servizio delle Iene per chi fosse interessato: http://www.iene.mediaset.it/puntate/2017/05/14/viviani-blue-whale-suicidarsi-per-gioco_11243.shtml
Una risposta a "Blue Whale, tra verità e psicosi."